Il cinema a marzo

Cla

Redattore
5 Febbraio 2021
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Il mese di marzo è il mese dedicato alla donna. Non al suo festeggiamento, perché sarebbe ipocrita e fastidiosamente retorico affermare questo alla luce dei femminicidi, delle violenze fisiche e psicologiche, agli atteggiamenti di sottomissione e di inferiorità ancor ben presenti in moltissimi ambiti sociali; tutti eventi che si continuano a verificare sistematicamente ogni giorno, quotidianamente. È inutile o forse troppo ingenuo dire che in un mondo normale, non esisterebbero né la festa della donna né quella dell’uomo. Per questi restanti giorni di Marzo, propongo a voi qualche consiglio cinematografico, opere che possano nutrire la voglia di lottare per ottenere uguaglianza e per riflettere sulla condizione della donna: sulle sue infinite difficoltà all’interno di un mondo tossicamente maschilista, dominato da futili imposizioni stereotipate, regole sull’esser donna, ma anche della sua innata forza interiore, nel suo perpetuo battersi nella conquista dei diritti, nell’autodeterminazione e nell’affermazione della sua esistenza.

Mustang (Turchia, 2015 - Deniz Gamze Ergüven)

Questo lungometraggio ci presenta con un'asprezza disarmante la vita di cinque sorelle turche, belle, vivaci e innamorate della vita. Ma ben presto la lucentezza della loro adolescenza viene offuscata dall'opprimente peso di una tradizione che non le vuole libere e indipendenti. E così le giovani donne si ritrovano prigioniere della loro stessa famiglia, costrette ad abbandonare scuola, amici, primi amori e proiettate solo alla vita domestica e ai matrimoni combinati. Con questo film Deniz Gamze Ergoven ci mostra, raccontando l'intera storia attraverso la voce e il cuore di Lale, la più piccola delle sorelle, la voglia di evasione, il desiderio di ribellione verso le dispotiche usanze che vorrebbero la donna oggetto di scambio privo di anima. Effy Grey - Storia di uno scandalo (Gran Bretagna, 2014 - Richard Laxton) Si sa, l'epoca vittoriana voleva la donna come angelo del focolare, mansueta e virtuosa, posizionata sempre almeno tre passi indietro rispetto al proprio marito come uno splendido soprammobile di porcellana. Ma non è il caso di Euphemia "Effie" Gray, che contravvenendo alle rigide regole morali del tempo riuscì a porre fine a un matrimonio infelice. La storia racconta fatti realmente accaduti e rimarca le conseguenze devastanti derivanti dalla violenza psicologica, in questo caso spietatamente perpetrata dal marito John Ruskin, scrittore, pittore, poeta e critico d'arte britannico. Ma Effy non è il giunco fragile e sottomesso che la società vorrebbe, bensì una donna forte, desiderosa di inseguire la propria felicità senza arrendersi ai pregiudizi ipocriti figli della sua epoca. Il colore viola (Usa, 1985 - Steven Spielberg) No, le tonalità del viola non hanno nulla a che fare con la rappresentazione della colorata femminilità anni Cinquanta, bensì indicano la libertà e l'amore ritrovati. In questo film il tema centrale non è il razzismo, ma la meschina violenza alla quale qualsiasi donna può essere sottoposta, senza distinzione di ceto o razza. Insieme a Celie, la protagonista, ripercorriamo la storia della sua drammatica vita: gli abusi del padre, del marito, dei figliastri di quest'ultimo, la dolorosa separazione dai propri figli e dall'amata sorella. Ma la rassegnazione, proprio quando tutto sembra perduto, cede il posto alla speranza, all'amore, alla fede e al coraggio, sentimenti che nemmeno il più vile degli uomini può veramente schiacciare.

Pink Gang (Italia/Germania, 2010 - Enrico Bisi)

«In India una donna viene stuprata ogni 34 minuti. E ogni 93 minuti ne muore una uccisa dal marito o da un genitore.». Questa è la didascalia con cui si apre il docufilm incentrato sul racconto della storia del movimento del Gulabi Gang e della sua fiera fondatrice e condottiera, Sampat Pal Davi: un movimento sorto nel 1990, a cui è stato ufficialmente dato un nome soltanto nel 2006, che si occupa di lottare per l’ottenimento e il riconoscimento dei diritti delle donne e per il sostegno di esse, in un paese come quello indiano in cui la condizione della donna è ancora estremamente sottomessa rispetto alla controparte maschile. A esse non è permesso uscire, sono costrette a badare ai campi e al bestiame e non possono neppur esprimere i propri sentimenti a nessuno. Una figura calpestata, uno status inferiore a quello degli animali, come si intuisce anche dalle dure parole di Sampat nella sequenza conclusiva del lungometraggio, sul luogo dell’ennesimo femminicidio. Persepolis (Francia, 2007 - Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud) La storia di una ragazza iraniana di nome Marjane, della rivoluzione falsamente speranzosa che accompagna in quegli anni il suo paese natio, assieme alle interminabili guerre, e della sua crescita personale, dalla fanciullezza all’età adulta, passando dall’incontro con la cultura occidentale in fase adolescenziale, prima in Francia a Parigi e poi a Vienna, in Austria. La scoperta della libertà, di una vita conducibile in modo ampiamente differente rispetto ai dettami imposti in Iran che obbligano le donne a coprirsi interamente il corpo e a non prendere per mano le persone che amano se non sposate, ma anche il sesso, il conformismo europeo, il dolore provocato dall’amore e la sensazione di solitudine e della mancanza di contatto dalle proprie radici familiari.

Il diritto di contare (Usa, 2016 - Theodore Melfi)

“Se tu fossi un uomo bianco vorresti diventare un ingegnere?”, “Non lo vorrei diventare, lo sarei già diventato.” (Mary Jackson). Il titolo originale dell’opera è più forte, Hidden Figures, cioè figure fondamentali dietro ai successi della corsa allo spazio americana a cavallo tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, ma tenute nascoste, all’ombra di una società maschiocentrica e ancora segregazionista nei confronti dell’etnia afro. Il titolo italiano, invece, è maggiormente poetico e ambiguo: il diritto di contare, di fare calcoli, dedicarsi anima e corpo alla matematica, di poter studiare frequentando scuole e università, di scalare posizioni lavorative, e diritto di contare come affermazione e autodeterminazione di sé, un urlo di imposizione, di esistere e di far sapere che si esiste. Il film racconta la storia di tre donne: Katherine Goble Johnson, prima donna a occuparsi in modo fondamentale dei calcoli per le missioni spaziali della Nasa, Mary Jackson, la prima donna ingegnere afroamericana e Dorothy Vaughan, figura cardine per l’utilizzo dei primi potenti calcolatori elettronici IBM attraverso l’uso del linguaggio Fortran e del suo relativo insegnamento agli altri dipendenti Nasa.

Il cinema di Ida Lupino

Oltre alle recensioni dei titoli che vi abbiamo proposto, vorremmo parlare anche del cinema di una grande attrice e regista inglese, Ida Lupino.

Figlia d’arte, di antiche origine italiane, è stata un’attrice, sceneggiatrice e regista molto prolifica, una figura femminile forte in un mondo, quello cinematografico, prevalentemente maschile.

È stata, infatti, l’unica donna che è riuscita a lavorare ad alti livelli come regista nella Hollywood classica e, attraverso principalmente il genere noir, metteva in scena come protagonista il soggetto femminile: giovani donne appartenenti alla classe media costrette a vivere esperienze traumatizzanti che le segnavano a vita. Bigamia, abusi parentali, gravidanze non volute e stupri. Temi molto forti raccontati mediante l’utilizzo di narrazioni sempre catturanti e scorrevoli, facendo luce sul cambiamento dei tratti psicologici delle vittime protagoniste e sulla condizione della donna dettata dalla società del tempo. Tra le sue pellicole più interessanti sento di consigliarvi La preda della belva, La grande nebbia, Hard, Fast and Beautiful e la sua ultima commedia più leggera Guai con gli angeli. Si possono leggere le sue memorie, pubblicate postume da Mary Ann Anderson nel testo Ida Lupino: Beyond the camera.

Enrico Turletti
 

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